L’astrazione geometrica di Mario Amari

L’astrazione di Mario Amari affonda le sue radici nell’arte concreta (Max Bill, Bruno Munari, Manlio Rho, Mario Radice, Atanasio Soldati) e nel clima di febbrile sperimentalismo dell’arte siciliana degli anni Settanta (Michele Cutaia, Ciro Li Vigni, Ignazio Moncada, Filippo Panseca, Pino Pinelli, Paolo Scirpa, Paolo Schiavocampo e Turi Simeti). Nelle sue opere, in luogo del tema, il soggetto della pittura tradizionale, appaiono pattern geometrici che dilatano, quasi all’infinito, il tempo di lettura dell’immagine. Ardite combinazioni di colori primari e secondari e di forme geometriche regolari e irregolari danno vita a composizioni dinamiche, perfettamente equilibrate. In opposizioni ai rigidi dettami dell’arte concreta o programmata, la ricerca di Amari sembra andare ben oltre la disamina delle reazioni a forme e colori, muovendo dalla presa d’atto che un approccio logico-matematico non possa aderire alla realtà senza il ricorso alla creatività, che Bruno Munari nel saggio Artista e designer del 1971, definisce come quella capacità produttiva di trasformare in metodo la fantasia.
Reliquiario è, ad esempio, un grande dittico costituito da due riquadri: un astratto, in cui piani geometrici di colore si sovrappongono alle consuete fenditure che, distribuite in modo regolare, aprono una breccia nell’immagine creando un contrasto ritmico tra vuoti e pieni e tra luce e ombra, è contrapposto a un’ampia superficie di compensato con quadretti sui quali sono stati applicati a collage brandelli di giornali, espressioni algebriche e frammenti di disegni infantili, veri e propri documenti del nostro tempo, in cui si cristallizza la vita di ciascuno.