Tommaso Serra, Giulio Azzarello: Bitumen. Le catacombe di Palermo

Sepolcri, cimiteri, catacombe, suscitano timore e mistero poichè rappresentano nell’immaginario comune il crinale che separa il mondo dei viventi da quello dei morti.
C’è un luogo a Palermo dove la morte mostra un volto più prosaico che scabroso, in cui le mummie dei defunti, invece di essere sepolte e nascoste alla vista nel chiuso di un sarcofago, sono esibite in posizione eretta, vigile, attenta, e con le loro perenni smorfie ossute sembrano essere tanto vive da dare l’impressione di deridere chi le osserva. Questo macabro cimitero a cielo aperto, più simile ad un vero e proprio museo dell’orrore che a un luogo di preghiera e di raccoglimento, sono le Catacombe di Palermo, un ambiente ipogeo al quale si accede dalla Chiesa di Santa Maria della Pace. Oggi, in cui la morte viene negata e il cadavere è divenuto una presenza tanto scabra da essere nascosta alla vista e confinata in un aldilà invisibile, le catacombe ci ricordano come in passato vi fosse una vicinanza fisica con la morte, per noi impensabile. I familiari dei defunti si prendevano cura del corpo dei loro antenati per ottenerne la benevolenza e i favori. Questa continuazione del dialogo con i morti, che un luogo come le Catacombe favoriva, è la negazione della morte in quanto confine fra due mondi, fra l’aldilà e la vita terrena: per i palermitani quel confine non esisteva poichè i defunti facevano ancora parte di questo mondo.
Gli scatti di Giulio Azzarello, fotografo freelance, documentano il singolare culto dei morti dei palermitani. Le mummie, ridotte ormai a scheletri consunti, indossano indumenti d’epoca rimasti pressochè intatti. Dalle immagini del fotografo, contraddistinte da una sorprendente nitore ed eleganza formale, si evince il riproporsi, anche in ambito funerario, del divario fra le personalità facoltose e la povera gente: nelle Catacombe si conservano i corpi di chi, per lignaggio o per destino, è riuscito a trascendere la morte. Non si tratta di un semplice lavoro di documentazione ma di un’ indagine, svolta con il mezzo fotografico, sulla dimensione del sacro e, in particolare, sul quel meccanismo culturale di negazione della morte che postula l’esistenza di un piano trascendente l’umano.
Lo stile di Azzarello, nel quale si ravvisano suggestioni surrealiste, attinge però prevalentemente alla grande tradizione della fotografia di reportage incarnata da Tina Modotti, Henri Cartier-Bresson, Mario Dondero, Mario De Biasi, Sebastião Salgado. Il fotografo, costretto a lavorare in un ambiente poco illuminato, ha usato un grandangolo molto luminoso e un super fisheye per ampliare l’inquadratura, con focus manuale e diaframma molto aperto.
Nelle tecniche miste di Tommaso Serra della serie Bitumen dense pennellate calligrafiche di bitume liquido dai toni cangianti del nero e del blu, di colori dalle tinte calde e intense – come il rosso, l’ocra, il terra scuro –, si dilatano, si sovrappongono, per poi rapprendersi su un fondo bianco, circoscrivendo uno spazio pittorico in cui si condensano e si coagulano segni che sembrano emergere da un inconscio collettivo.
Fondata sulla psicologia mitica, la prassi artistica di Serra è condizionata dalla forza primordiale dell’inconscio e dalla duplice natura dell’archetipo junghiano della Grande Madre, simbolo della vita, della fertilità, ma al tempo stesso delle viscere della terra, e dunque della morte: un motivo che si riflette nell’ambivalenza semantica delle immagini, dipinte o direttamente tratte dalle fotografie di Azzarello e applicate a collage sul supporto del dipinto. La mummia personifica sia la morte sia la speranza di una vita ultraterrena, mentre il profilo della dea egizia della fertilità Iside rimanda direttamente al culto ctonio della Grande Madre mediterranea, l’Uroboro alla perduta unità con il Tutto.
Spesso le tecniche miste di Serra sono dei disegni o schizzi preparatori che successivamente l’artista traduce su tela, anche se il più delle volte i suoi dipinti nascono da un processo di improvvisazione psichica, da un fare che si compie solo a posteriori.
Le fonti del suo stile, molteplici e di difficile individuazione, vanno ricercate probabilmente nel De Kooning dei primi anni Cinquanta della serie Woman, nel periodo maturo di Picasso, nel Dubuffet degli anni Quaranta, nelle ultime opere di Sironi in cui le forme e i volumi si sfaldano, nel Celiberti degli anni Sessanta e Settanta dei cicli Lager e Muri Antropoligici, nelle opere di Basquiat.