Le immagini in Mio padre non conosce la mia musica di Ezio Noto

Mio padre non conosce la mia musica è l’autobiografia del musicista Ezio Noto, leader e fondatore della Daniele Treves Band e dei Disiu, progetti musicali nati dalla volontà di mescolare la canzone neodialettale siciliana con il blues e il rock progressivo. Il titolo del libro è una dedica allo scultore Salvatore Rizzuti, considerato dall’autore il proprio “padre artistico”. Non si tratta di una semplice autobiografia, ma di un contenitore ipertestuale in cui la narrazione in prima persona di un io dichiaratamente autobiografico interagisce con materiali eterogenei come immagini pittoriche (la copertina del libro di Giovanni Proietto), fotografiche, missive, articoli di giornale, testi espositivo-argomentativi – una tesi di laurea sul dialetto nella canzone italiana. Si tratta di un’espediente con cui l’autore cerca di far rivevere nel lettore i sentimenti, le emozioni, e gli eventi che lo hanno coinvolto e scosso nel corso della vita. La voce narrante muove i fili del racconto attraverso un periodare fluido, scorrevole e fortemente icastico intessuto di metafore, di parallelismi, di descrizioni ecfrastiche.
L’incipit con cui si apre Mio padre non conosce la mia musica è la descrizione del luogo che fa da sfondo alle vicende narrate, la città di Caltebellotta avvolta dalla nebbia, in cui l’autore è nato e ha sempre vissuto:

La nebbia ne leviga le asperità che pur sempre esistono, “a paisana” il nome che noi caltabellottesi diamo amichevolmente alla nebbia. Lei è amica, ci cresciamo assieme, ci siamo abituati, è una sorella che ci accompagna, ci aiuta a nasconderci quando ne sentiamo la necessità. Non ha mai fatto male a nessuno, anzi, ci protegge, ci coccola, ci rinchiude nel nostro nido. La nebbia è acqua che ci bagna i capelli, è mare in montagna, mistero, fascino. (p. 17).

La nebbia sembra animarsi mentre si addensa in una coltre che avvolge il paesaggio circostante.
L’autore sperimenta un linguaggio ad alto impatto visivo per recuperare il potenziale comunicativo, magico e immaginifico della parola:

Qualcuno dice che i caltabellottesi sono per metà uomini e per metà uccelli, credo non sia distante dalla verità questa affermazione (p.17).

Tale propensione alla visualità tende inoltre a privilegiare e a esaltare la componente emotiva dell’immagine nella quale si cristallizzano i ricordi di un’infanzia spensierata. E’ sempre da un’immagine che si genera la scintilla delle emozioni e dei ricordi:

Da piccoli ricordiamo tutto più grande, tutto enorme e magnifico. In realtà poi ci accorgiamo che non tutto era così enorme e che non tutto era vero e reale per come lo vedevamo noi allora. Ognuno di noi è di passaggio in questa vita e nel corso della propria esistenza, piccola o grande che sia, vede cose, persone, animali, ambulanti, fontane, strade, piazze, boschi che in qualche maniera segnano i nostri ricordi. Io sono legato a molte di queste cose che ho citato e specialmente a quello che non c’è più. […]

Ricordo da bambino che giocavamo con l’acqua della fontana del canale, tutto era veramente brutto in quella zona, una discarica a cielo aperto con insidie ed erbacce, certamente non esistevano tutte le cose da buttare che abbiamo adesso (erano i primi anni ‘70) ma in quel posto c’era un centro di raccolta selvaggio, abusivo e libero di materiale di ogni tipo. Per noi, con la visione e la logica dei bambini, era il paradiso terrestre, era piscina, idromassaggio, doccia, tutto perfetto: effettivamente non era così. […]

Altro luogo che per me allora era grande come la foresta dell’Amazzonia, ma che in definitiva erano circa 300 alberi di pino e cipresso, era la pineta dei Cappuccini. (p.18)

Tutto è finalizzato alla percezione e alla plausibilità visiva dei luoghi narrati fin nei loro particolari apparentemente più scontati. I paragrafi 3 e 4 del primo capitolo contengono un elenco di tutti gli esercizi commerciali, “le putìe”, del centro di Caltabellotta ai tempi dell’adolescenza dell’autore. A quest’immagine vitale, euforica, della sua città natale, Noto oppone, più avanti nel libro, la descrizione del profilo urbano odierno di Caltabellotta, marcato invece disforicamente:

Voi lo sapete, i vostri padri lo sanno, il patrimonio che potrebbe fare vivere nel proprio territorio i nostri figli, invece di farli scappare quasi tutti, chiusi, inagibili, abbandonati, trasformati in mulini, abbattuti e sgomberati di notte, ristrutturati e richiusi, il patrimonio archeologico sollecitato da valorosi volontari e violentato dai tombaroli, il centro storico abbandonato e quasi deserto. (p.53)

Perchè l’autore pone al centro della sua scrittura l’immagine?
Probabilmente perchè l’immagine gli consente di esprimersi in modo sintetico, riuscendo così a evitare le dispersioni di cui è spesso vittima la parola. Le arti visive, inoltre, sono al centro degli interessi di Noto, che sin da giovane comincia a frequentare gli ambienti artistici della Sicilia, e a stringere rapporti di amicizia e collaborazione con artisti pittori, scultori, fotografi. Oltre alle “immagini letterarie”, equivalenti verbali del linguaggio figurativo che costellano la narrazione, Mio padre non conosce la mia musica presenta un vasto apparato iconografico dalle fotografie di Angelo Pitrone delle installazioni di Marcello Chiarenza, e dagli scatti di Aurelio Quartararo e Sergio Caterina di alcuni momenti delle passate edizioni del Dedalo Festival, rassegna culturale che intende favorire un dialogo tra musica e arti visive, nata da un’idea di Noto. Anche in questo caso le immagini non sono altro che una prosecuzione di una scrittura che privilegia l’impulso e la naturale primordialità della percezione.