Le strutture antropologiche dell’immaginario

Gilbert Durand (1921-2012) è stato uno dei più grandi antropologi del XX secolo. Originario di Chambéry, capoluogo del dipartimento della Savoia, consegue il dottorato in filosofia alla Sorbona di Parigi, dopo aver partecipato attivamente alla resistenza antinazista. Fu uno dei suoi docenti, il filosofo Gaston Bachelard, a indirizzarlo allo studio dell’immaginario e dei simboli.

Nel 1960 Durand pubblica Le strutture antropologiche dell’immaginario. Introduzione all’archetipologia generale, la sua opera più celebre, in cui rovescia i presupposti teorici dell’antropologia strutturale di Claude Lévi-Strauss, sostenendo che non sono le strutture linguistiche a determinare il comportamento umano, ma è il comportamento umano, a partire dagli impulsi neurobiologici, a porsi come elemento fondativo della creatività (G. Brusa-Zappellini, Archetipi e arte delle origini: un incontro mancato, in La danza degli archetipi. Alle radici del linguaggio simbolico, a cura F. Mailland e U. Sansoni, Bergamo 2018, p. 46).

Secondo Durand l’immaginario è il prodotto di un’interazione, definita «tragitto antropologico», tra gli impulsi neurobiologici umani e i condizionamenti dell’ambiente sociale.

L’antropologo francese, attingendo alle ricerche compiute dal neurofisiologo russo Bekhterev e dalla scuola di riflessologia di Leningrado, riconosce nei riflessi neurofisiologici dominanti, già presenti nel neonato, le matrici senso-motorie dei simboli. Le dominanti riflesse sono tre: la prima, la dominante di posizione, è legata all’andatura eretta; la seconda, la dominante di nutrizione, ai riflessi digestivi; la terza, la dominante ritmica, alle pulsioni sessuali.
Sebbene il paradigma psico-fisiologico della scuola di Leningrado sia considerato ormai obsoleto, oggi le neuroscienze non solo non lo contraddicono, ma lo rafforzano all’interno di un nuovo orizzonte esplorativo, individuando nei circuiti neuronali del cervello la sede della connessione tra i riflessi motori e le immagini mentali (ivi, p. 54).

Durand ritiene che dai tre riflessi dominanti sia possibile risalire alle strutture dell’immaginario, ossia ad aggregazioni di simboli isomorfi che convergono intorno a nuclei organizzatori, costituiti dalle matrici senso-motorie. La dominante posturale dà vita alla struttura schizomorfa, che comprende tanto le materie luminose (l’alba, i raggi del sole, le scaglie dorate), quanto i rituali di purificazione e le tecniche di separazione, di cui le armi, le frecce, le spade sono i simboli più frequenti. Il secondo riflesso, legato alla nutrizione e alla discesa digestiva, genera la struttura mistica, alla quale è possibile riferire il grembo, la caverna, la coppa e l’urna. I riflessi ritmici, invece, si proiettano nella ciclicità delle stagioni, incarnandosi in simboli (l’arcolaio, la zangola, l’acciarino) che possono essere inglobati in una struttura ritmica.

Gli schemi, punto di congiunzione tra i riflessi dominanti e le immagini mentali, sono le metafore di base che costituiscono il ‘canovaccio funzionale’ dell’immaginario. Ad esempio, al riflesso di posizione corrispondono due schemi: gli schemi dell’ascensione, ossia della verticalizzazione ascendente, e gli schemi diairetici, o della divisione; al riflesso dell’inghiottimento corrisponde lo schema della discesa e del rannicchiamento nell’intimità; al riflesso ritmico corrisponde uno schema ciclico.

Gli archetipi sono dei tramiti tra gli schemi, la percezione e il pensiero. Immagini innate e universali, gli archetipi sono stati definiti da Carl Gustav Jung «schemi o potenzialità funzionali» (C. G. Jung, Types psicologiques, Ginevra 1950, p. 310; trad. it. Tipi psicologici, Roma 1947), in grado di condizionare la percezione e di plasmare il pensiero. Agli schemi dell’ascensione corrispondono gli archetipi della sommità, del capo, del lume, mentre agli schemi diairetici gli archetipi della spada e del rituale battesimale; allo schema della discesa l’archetipo del profondo, della notte, del Gulliver; lo schema del rannicchiamento coincide con l’archetipo del grembo e dell’intimità; lo schema ciclico, con l’archetipo della ruota, del bastone fiorito, cioè dell’albero, e del serpente. Ciò che differenzia l’archetipo dal semplice simbolo è, in generale, la sua universalità costante e il suo adeguamento allo schema. Mentre l’archetipo è sulla via dell’idea, il simbolo non è che il suo materializzarsi, non è nient’altro che l’archetipo che riceve “corpo”, “materia”, e le qualità che gli permettono di essere rappresentato. Il simbolo, inoltre, è sempre polivalente e polisemico, poiché il suo significato non è mai immutabile, ma soggetto al divenire storico.

Simboli, archetipi e schemi dànno vita al mito: un sistema dinamico che, sotto la spinta dello schema ciclico, tende a comporsi in narrazione.

La precedente classificazione dei simboli in strutture isomorfe non tiene conto né della loro storicità, né della loro funzione: per Durand i simboli sono sempre una risposta all’angoscia esistenziale del divenire. Le strutture dell’immaginario sono riconducibili a due grandi costellazioni d’immagini, denominati regimi: il regime diurno o dell’antitesi, cioè della negazione del tempo e della morte, che comprende la struttura schizomorfa; e il regime notturno o dell’eufemismo, in cui l’angoscia del divenire viene esorcizzata dai simboli della struttura mistica e della struttura ritmica. Le istanze culturali di un dato contesto socio-storico determinano il prevalere di un regime sull’altro, innescando due meccanismi antagonisti: il primo è il meccanismo della rimozione, che allontana dalla coscienza collettiva questo o quel regime, inflazionando al massimo i simboli e gli archetipi veicolati dalla moda; il secondo, invece, è un meccanismo che suscita i simboli e gli archetipi del regime rimosso.

Durand definisce l’immaginario una funzione trascendentale della coscienza, ossia una funzione psichica comune a tutti gli uomini, in grado di permeare ogni aspetto della cultura e della creatività. Nel mito, nelle religioni, nella poesia, nell’arte si evince il potere metafisico dell’immaginario di ergersi contro la putrefazione del tempo: «L’uomo dispone di un potere per migliorare il mondo. Ma questo miglioramento non è più vana speculazione oggettiva, poiché la realtà che emerge al suo livello è la creazione, la trasformazione del mondo, della morte e delle cose in quello dell’assimilazione alla verità e alla vita» (G. Durand, Le Strutture antropologiche dell’immaginario. Introduzione all’archetipologia generale, Bari 1972, p. 501).

L’immaginario spazializza il tempo per iscriverlo nello schema ciclico del mito, rivelandosi riserva infinita di eternità, apertura alla speranza e all’Essere nella sua perennità. Secondo Durand, la nostra epoca, votata al regime diurno dell’antitesi, cerca invano di demistificare tutte le manifestazioni dell’immaginario: si tratta di uno sforzo inutile, che riduce l’uomo a un’essenza caduca e transeunte, aliena alla speranza. Per l’antropologo francese, l’immaginario non soltanto è l’attività che trasforma il mondo, ma è trasformazione eufemistica del mondo, «disposizione dell’Essere agli ordini del meglio».

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